Georgina Spengler
Thàlassa | Ouranòs

a cura di Daina Maja Titonel
testo critico di Claudio Zambianchi

17 maggio - 30 giugno 2018


selezione opere in mostra


>> Recensione di Cesare Biasini Selvaggi su Exibart <<
La MAC Maja Arte Contemporanea è lieta di presentare una recente serie di dittici della pittrice Georgina Spengler.

Nelle dieci opere esposte (olio e a carboncino su tavola) il punto di partenza è una macchia di colore ottenuta sovrapponendo tra di loro due tavole di compensato non preparate, una delle quali inizialmente cosparsa con uno strato di pigmento ad olio molto diluito.

Osserva Claudio Zambianchi nel testo critico che accompagna la mostra: "Il colore, liquido e fluido, intride il legno e ne rileva le venature, un po' com'era successo nella Histoire naturelle di Max Ernst, ma con modalità tecniche diverse (lì si trattava di frottage). La macchia fa affiorare il disegno segreto del legno, la sua complessa epidermide che altrimenti rimarrebbe in buona parte nascosta. Il raddoppiamento speculare dell'immagine, come nelle macchie di Rorschach, aggiunge un ulteriore elemento di sollecitazione visiva e immaginativa alla mente dell'artista.

Il processo preparatorio [...] serve a liberare l'immaginazione, che ora può proiettare sulla macchia un mondo a un tempo aereo e abissale, fatto di cieli e profondità marine, di Ouranòs e di Thàlassa; e, se la parte celeste si popola di nuvole dalle forme fantastiche, nella parte acquatica dei dipinti appaiono gorghi e creature del profondo, queste ultime legate spesso più alla mitologia che alla zoologia."


GEORGINA SPENGLER

Georgina Spengler nasce ad Atene (Grecia) nel 1959. All'età di otto anni si trasferisce con la famiglia negli Stati Uniti e successivamente in Olanda dove, a contatto con le opere di Rembrandt, Ruisdael e Vermeer, ha inizio il suo interesse per la pittura. A Parigi frequenta per un anno l'Ecole des Beaux Arts. Tornata negli Stati Uniti studia alla School of Fine Arts della Boston University e alla Corcoran School of Art di Washington DC dove completa gli studi accademici. Nel 1982 si trasferisce stabilmente a Roma. Da allora espone con continuità partecipando sia a mostre collettive che personali, in Italia e all'estero (Vienna, Lipsia, Monaco di Baviera, Wiesbaden, Washington DC, Houston).

Tra gli eventi più recenti:

- 2008: realizza una serie di opere ispirate all'ultimo viaggio di John Keats a Roma (1820). I lavori sono esposti al Museo Keats-Shelley Memorial House (Roma).
- 2009: collabora con la pittrice Edith Urban e altri quattro poeti al progetto The Silent Space Between and Around Words che è presentato nello stesso anno alla Temple University Gallery di Roma e nel 2012 a Lipsia nella seconda edizione di Colonia 210.
- 2012: fonda, insieme ad un gruppo di artisti, Casa con Vista. Quindici case private ospitano per due giorni il lavoro site-specific di un artista creando un itinerario espositivo - aperto al pubblico - che attraversa il quartiere di Trastevere a Roma.
- 2014: alla fine andrà tutto bene, doppia personale con Myriam Laplante, Galleria Monty, Roma.
- 2015: Buone notizie, personale, MAC Maja Arte Contemporanea, Roma.
- 2016: Fragili Eroi, collettiva, Museo Bilotti, Roma; La Magnifica Risonanza, doppia personale con Serafino Amato, poesie di Beatrice Talamo, opere su legno di risonanza della Val di Fiemme, Casa Jellici, Tesero.
- 2017: Cisterns and Wells, personale, Samara Gallery, Houston (USA); rare fare, doppia personale con Serafino Amato, testo di Lorenzo Pavolini, Hyunnart Studio, Roma.

Hanno scritto sul suo lavoro: Enrico Gallian, Roberto Gramiccia, Tiziana Musi, Lorenzo Pavolini, Rosa Pierno, Ivana Porcini, Ian Rosenfeld, Edith Schloss, Rachel Spence, Claudio Strinati, Enrica Torelli Landini, Shara Wasserman, Claudio Zambianchi.



Thàlassa-Ouranòs
di Claudio Zambianchi

L'idea del ciclo di lavori di Georgina Spengler esposti in questa mostra non è, in fondo, molto diversa da quella espressa in una nota del Trattato della pittura di Leonardo da Vinci: "Non resterò di mettere fra questi precetti una nuova invenzione di speculazione, la quale, benché paia piccola e quasi degna di riso, nondimeno è di grande utilità a destare l'ingegno a varie invenzioni. E questa è se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di varie macchie o in pietre di varî misti. Se avrai a invenzionare qualche sito, potrai lí vedere similitudini di diversi paesi, ornati di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure grandi, valli e colli in diversi modi".

Le macchie casuali di colore sui muri scrostati, la tessitura delle rocce o di altri elementi della natura, secondo Leonardo, nell'immaginazione del pittore suscitano figure: le lasciano intuire senza esprimerle compiutamente. Sta all'artista catturarle e poi, pazientemente, farle uscire dall'indistinto. Un analogo processo proiettivo può verificarsi con le nuvole, sulle quali Georgina Spengler lavora già da tempo, sviluppandone più che la dimensione naturalistica, quella immaginaria. Nella serie di opere raccolte in mostra l'artista assume come punto di partenza una macchia creata spargendo colore a olio molto diluito su una tavola di compensato non preparata; prima che il colore sia totalmente assorbito dal legno, Georgina sovrappone alla prima una seconda tavola, così da ottenere su di essa un'immagine speculare. Il colore, liquido e fluido, intride il legno e ne rileva le venature, un po' com'era successo nella Histoire naturelle di Max Ernst, ma con modalità tecniche diverse (lì si trattava di frottage). La macchia fa affiorare il disegno segreto del legno, la sua complessa epidermide che altrimenti rimarrebbe in buona parte nascosta. Il raddoppiamento speculare dell'immagine, come nelle macchie di Rorschach, aggiunge un ulteriore elemento di sollecitazione visiva e immaginativa alla mente dell'artista.

Il processo preparatorio appena descritto serve a liberare l'immaginazione, che ora può proiettare sulla macchia un mondo a un tempo aereo e abissale, fatto di cieli e profondità marine, di Ouranòs e di Thàlassa; e, se la parte celeste si popola di nuvole dalle forme fantastiche, nella parte acquatica dei dipinti appaiono gorghi e creature del profondo, queste ultime legate spesso più alla mitologia che alla zoologia.

L'immagine ha bisogno di un certo tempo di osservazione per emergere, come accade nei dipinti di Pierre Bonnard, tanto amati da Georgina Spengler. Guardandoli a lungo, dopo la prima sensazione di avere di fronte un quadro astratto costruito per dense campiture di colore stese da una pennellata sensibile e vibrante, ne succede un'altra, e un mondo di oggetti e di figure pian piano affiora e si manifesta agli occhi e alla coscienza.


"Thalassa/Uranos", mostra di Georgina Spengler
di Rosa Pierno

Unire l'impossibile non è soltanto una contraddizione, ma anche un'operazione fattuale in Georgina Spengler, in quanto realizza entrambe operando con materiali visivi tratti dalla nostra tradizione iconografica. Le tavole lignee trattate a olio e a carboncino, tutti dittici, anziché avere la parte interna utilizzata come superficie per scrivere, presenta la fusione di frammenti figurali al fine di costruire un insolubile enigma. Le immagini sono ottenute facendo combaciare le tavole, dapprima cosparse parzialmente con uno strato di pigmento ad olio, per ottenere la medesima doppiatura presente nel test di Rorschach, il quale cerca diretti riferimenti nel nostro inconscio. In questo globo terrestre/acquatico, che sembra rappresentare rispettivamente le loro profondità, nuotano abissali mostri da girone dantesco, tartarughe o delfini con le zampe. La mostra allude a questa specchiatura non collimante, a questa incongrua doppiezza tra ciò che non combacia e da cui i significati emergenti sono a loro volta antiche rappresentazioni, prelevate di sana pianta dalle memorie di antiche carte nautiche, quasi ricordi ancestrali. La negazione della profondità, o la sua visualizzazione tutta superficiale, qualsiasi essa sia - terrestre o umana - è il paradosso a cui facevamo cenno, con il conseguente invito a pencolare sulla reale quanto illusoria linea di separazione che divide il noto dall'ignoto, l'io dal cosmo, il visto dall'immaginato.