Con La belva che sei, Maja Arte Contemporanea inaugura la prima collaborazione con Elisa Abela, presentando una mostra personale che riunisce circa trenta opere – una selezione di lavori su carta datati 2020–2022 e un nucleo inedito di dipinti su tela del 2025.
Protagonisti assoluti sono gli animali: un piccolo bestiario che spazia dal domestico al selvatico, dall’aria all’acqua, fino alle creature più inattese. Figure autonome e solitarie, portatrici di una presenza irriducibile, emergono dalla superficie del dipinto come alter ego, specchi e controcanti del nostro umano.
La scelta di lavorare sul soggetto animale attraversa questo ciclo di opere come un terreno di ricerca specifico, non simbolico in senso stretto. Gli animali di Abela non rappresentano tipi né allegorie stabilite, ma presenze singolari, sottratte a dinamiche di gruppo e a qualsiasi gerarchia narrativa. In questa condizione di isolamento e sospensione di ruoli e funzioni, l’artista individua uno spazio di prossimità: una possibilità di osservazione non mediata, in cui l’animale non è chiamato a “dire” qualcosa, ma semplicemente a essere.
Il titolo della mostra riprende una delle frasi che accompagnano le opere, “La belva che sei”, e rimanda a una pratica ricorrente in questa serie: l’inserimento di brevi testi che affiancano o attraversano le immagini. Non si tratta di didascalie né di commenti esplicativi, ma di enunciati essenziali, talvolta formulati in seconda persona, che entrano in relazione con la figura senza chiuderne il senso. Le parole non spiegano l’immagine né la guidano, ma ne costituiscono un ulteriore livello, una soglia di risonanza che resta aperta all’esperienza dello sguardo.
La belva che sei non indica un’identità da svelare, ma una molteplicità da attraversare, un campo di presenze in continua trasformazione.
Selezione opere
Gallery
Testo critico
La belva che sei
di Matteo Di Castro
“Critica degli animali. Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale – vedano cioè in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice.”
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza
Da dove provengono gli animali di Elisa Abela, quando, come e dove li ha incontrati?
Se ripercorro il suo percorso progettuale ed espositivo, mi imbatto in un gatto come frontman della sua seconda mostra personale, a Catania nel 2010: Smitty il gatto e altre storie. All’epoca il linguaggio visivo prevalente di Elisa era il collage, e tutte le sue figure e le sue storie nascevano setacciando, segmentando e ricomponendo un mondo figurativo e cartaceo pre esistente.
Dieci anni dopo, nel libro d’artista For Adults only, gli animali domestici sono chiamati a fare da spalla in dei quadretti di un’umanità bizzarramente intrecciata: scene di vita sessuale, accoppiamenti e altre combinazioni disegnate con tratto spudoratamente infantile.
La frequentazione del mondo animale coincide dunque, originariamente, con la vocazione di Abela a rivisitare e riscrivere le favole, i sogni – o gli incubi, che abbiamo frequentato da piccolǝ.
Se tale esercizio di riscrittura è stato concepito, perlopiù, in maniera giocosa, combinatoria, anche dissipativa, l’esposizione faunistica a cui siamo invitati ora si prospetta più impegnativa: non un album di figurine, ma piuttosto l’incontro ravvicinato e straniante con un insieme di individualità non-umane.
E dunque insistiamo a chiederci: come ha trovato, l’artista, questa varia animalità, cosa ha innescato queste nuove frequentazioni?
Azzardo la seguente risposta: gli animali li è andati a cercare quando ha sentito di dover dire cose nuove, con un linguaggio nuovo. Se il collage, s’è detto, è stato per molti anni il filtro e il metodo privilegiati con cui ha esplorato e nominato il mondo, ad un certo punto Abela ha sentito l’urgenza di inoltrarsi in un territorio più intimo, forse più sofferto. Ha dunque deposto le pagine usate, le forbici, la colla, e con pittura e pennello ha iniziato a tracciare segni e figure di un’espressività immediata, incalzante.
Ma gli animali non sono l’esito naturale della nuova attitudine graffitista, dell’immaginario brutalista, che riconosciamo predominanti nel lavoro di Abela a partire dagli anni Covid. Sono piuttosto gli interlocutori privilegiati con cui l’artista interroga i valori fondativi della sua e della nostra esistenza.
Già alcuni dei titoli delle opere realizzate del 2020 (Il fraintenimento involontario, L’augurio per rinascere) suggeriscono l’implicazione filosofica, sapienziale, di questo ciclo ritrattistico.
In realtà non sono poi semplici titoli, ma contenuti ulteriori, interni alle opere stesse: epigrafi, sentenze, impronte, spesso declinate a una seconda persona (La bestia che sei, L’ombra tua compare, Quando stai nei tuoi pensieri, L’amore che non vuoi) dall’identificazione ambigua. Il tu si riferisce al soggetto ritratto? Allo spettatore? All’artista? O a qualcuno che nella vita di Elisa ha lasciato un segno?
In altri casi, la didascalia suona più impersonale (La paura), o richiama a una condizione di fatale individualità: Nella rabbia isolarsi, La singolarità.
Che spetti al mondo animale impersonificare i temi anche più complessi e sofferti dell’agire umano non è certo una novità. Mi limito dunque qui a ricordare un solo recente lavoro, I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni, romanzo di formazione con protagonista una faina.
Elisa non pare interessata né alla risonanza simbolica delle forme di vita sociale (il branco, il formicaio, il gregge), né al carattere emblematico di questa o quella specie. I suoi sono ritratti perlopiù individuali, in cui un gabbiano, un leone, o uno squalo si stagliano da fondali neutri, per lo più monocromi, per affermare la loro presenza, la propria esistenza.
Che la presenza animale costituisca, in quanto tale, uno spettacolo ammaliante e perturbante, lo sperimentiamo sin da piccoli. E forse agli artisti, alle artiste, come Abela, spetta proprio il compito di ricondurci a questa esperienza fondativa di stupore e smarrimento. Che è anche, insisto, un’esperienza fondativa di riflessione: di interpretazione delle forme e di giudizio sul bene e sul male.
“Un bambino, lo portano per la prima volta al giardino zoologico. Questo bambino sarà chiunque di noi o, inversamente, noi siamo stati questo bambino e ce ne siamo dimenticati. Nel giardino, in quel terribile giardino, il bambino vede animali viventi che mai aveva visto: vede giaguari, avvoltoi, bisonti, e più strano ancora, giraffe. Vede per la prima volta la sfrenata varietà del regno animale. E questo spettacolo, che potrebbe allarmarlo o terrorizzarlo, gli piace; tanto gli piace, che andare al giardino zoologico è, o può sembrare, un divertimento infantile. Come spiegare questo fatto comune e misterioso insieme?”
Jorge Luis Borges, Manuale di zoologia fantastica