27 Novembre 2021 — 15 Gennaio 2022
contributo critico di B.C.

Sabato 27 novembre 2021, si inaugura alla galleria Maja Arte Contemporanea, la mostra personale di Pierre-Yves Le Duc dal titolo “Il Tempio”, con la dedica dell’artista francese: “A tutte le donne che mi hanno messo al mondo“.

Nelle dodici tele esposte, in principio è il corpo, ma non la totale vastità della sua esistenza, bensì quella parte più intima ed erotica quale l’organo sessuale femminile.

L’essenza della caratterizzazione corporea nell’opera di Pierre-Yves Le Duc passa attraverso una dinamica propriamente sessuata. Nulla è nascosto ma tutto è esposto, con scienza dipinto. Il segno è visibile sulla tela e viene accuratamente ripetuto. Ridondante e gestuale, adombrato come le opere calligrafiche orientali, ha qualcosa di estatico, prende spazio, assume una forma di maniera, una potenza propria. Fa riferimento a quella matrice corporea, erotica, ma assume per forma e distinzione una essenza diversa. Parla del fare pittura oggi. Guardiamo evidentemente un organo sessuale femminile ma allo stesso tempo, attraverso il sapiente e lungo lavoro dell’artista, siamo trasportati nella dimensione interrogativa dell’arte. Cosa fare oggi, e come farlo?

Le Duc compie una scelta radicale, quella di parlare di eros, e di perseverare in questo discorso. E nel farlo, ricopre tutto con un velo di colore, il blu, che molto lascia immaginare. Il blu è un colore simbolico: narra di cieli e infiniti, ha una connotazione molto chiara in arte. Il blu attrae lo sguardo e se da una parte cela, di certo dall’altra ci conduce dritti al cuore dello scandalo, una corporeità particolarmente esplicita. Che la plasticità degli elementi – la semantica, appunto – non tragga però in inganno: la maniera di Le Duc cerca la perfezione nella ripetizione, vuole dimostrare quanto quella primigenia corporeità sia tempio, da rispettare e comprendere.

Osserva l’artista a proposito dell’uso del velo: “Con il taglio sulla tela, Lucio Fontana aprì una breccia nella bidimensionalità e introdusse il concetto spaziale. Senza volermi mettere al suo pari, e solo perché Fontana confessò, forse a mo’ di battuta, che il taglio era un riferimento al sesso femminile, farò un veloce raffronto con il mio lavoro. Sento un’affinità che proviene dalla percezione dell’oltre data dal taglio in Fontana e la trasfigurazione, o distanza dall’oggetto pittorico, prodotta dall’uso dei veli nei miei lavori. Nella mia ricerca, l’opera è finalizzata alla percezione visiva; più esattamente, punta al modo in cui, oltre a veicolare il senso attraverso i segni, essi stessi vengono veicolati, in modo da aprire la strada a sensazioni percettive inedite, se possibile. Vorrei che tra il messaggio e il suo veicolo ci fosse una perfetta sintonia. Una cognizione sensoriale.

La forza delle idee è immensa. Sono convinto che l’idea ha un valore molto più alto della sua applicazione nella realtà concreta.” [Brunello Cucinelli, “Il sogno di Solomeo”, 2018]

Il corpo è l’unico tempio, ma è più facile far celebrare il rito a qualcun altro.” [Pinga Fazioli]

Selezione opere

Pierre-Yves Le Duc
s.t., 2021
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Pierre-Yves Le Duc
Il Guardiano, 2021
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Pierre-Yves Le Duc
s.t., 2021
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Pierre-Yves Le Duc
s.t., 2021
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Pierre-Yves Le Duc
s.t., 2021
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Pierre-Yves Le Duc
s.t., 2021
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Pierre-Yves Le Duc
s.t., 2021
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Pierre-Yves Le Duc
s.t., 2021
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Pierre-Yves Le Duc
s.t., 2021
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Pierre-Yves Le Duc
M.M., 2021
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Pierre-Yves Le Duc
Crocifissione sul Monte di Venere, 2020
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Testo critico

Il Tempio

di B.C.

In principio è il corpo, ma non la totale vastità della sua esistenza, bensì quella parte più intima ed erotica quale l’organo sessuale femminile. L’essenza della caratterizzazione corporea nell’opera di Pierre-Yves Le Duc passa attraverso una dinamica propriamente sessuata. Nulla è nascosto ma tutto è esposto, con scienza dipinto. Il segno è visibile sulla tela e viene accuratamente ripetuto. Ridondante e gestuale, adombrato come le opere calligrafiche orientali, ha qualcosa di estatico, prende spazio, assume una forma di maniera, una potenza propria. Fa riferimento a quella matrice corporea, erotica, ma assume per forma e distinzione una essenza diversa. Parla del fare pittura oggi. Guardiamo evidentemente un organo sessuale femminile ma allo stesso tempo, attraverso il sapiente e lungo lavoro dell’artista, siamo trasportati nella dimensione interrogativa dell’arte. Cosa fare oggi, e come farlo? Le Duc ci riporta a una grammatica essenziale. Basica si direbbe, eppure possiede una maniacale attenzione a ogni dettaglio, al singolo movimento del pennello sulla tela. Le Duc sta dando una risposta al proprio percorso, sta consapevolmente rispondendo all’interrogativo primario ed estetico dell’arte. Compie una scelta radicale, quella di parlare di eros, e di perseverare in questo discorso. L’eros viene però trattenuto, raffreddato da una pratica pittorica consolidata. È il pennello che disegna quasi maniacalmente quell’organo dal quale si origina il mondo. Attraverso la lunga frequentazione della pittura il gesto di Le Duc diventa freddo, privo di sbavature, un gesto puro che si dipana sulla tela. Sulla tela, nient’altro. Quel gesto è forte, eppure labile allo stesso tempo. Illumina la tela, ma bisogna andare a cercarlo. Sì l’eros c’è, e c’è l’origine del mondo; tuttavia, Le Duc ricopre tutto con un velo di colore. Scompare dunque quel gesto primigenio che tanto appartiene alla sua pratica. Si maschera, si nasconde, diventa impercettibile. Perfetto nella sua resa, quel gesto la cui forza e potenza permangono va ricercato. L’eros viene quindi mostrato e negato allo stesso tempo. L’origine delle nostre sensazioni – il corpo, se vogliamo allargare il discorso – l’origine della definizione dell’essere sessuato della donna, l’origine del mondo, non è immediatamente leggibile. Non si ricerca la provocazione di un tema caro alla storia dell’arte. L’attenzione è tutta per la semantica della pittura, i suoi elementi e strumenti, e per quel velo blu che compare sulle tele di Le Duc. Gesto e velo si appropriano dell’eros. Certamente, non è una operazione immediata: prima mostrare, poi celare. L’artista sembra volerci trarre in inganno. Ci conduce comunque sulla via della costante ricerca della perfezione pittorica. Il velo è una sapiente operazione, delicata, con la quale Le Duc cela, o potremmo dire destabilizza, l’oggetto primario del suo dipinto.

E lo fa con il colore blu, quel colore che molto lascia immaginare. Il blu è un colore simbolico: narra di cieli e infiniti, ha una connotazione molto chiara in arte. Quindi, all’emancipazione del segno dal suo significato più spudorato viene applicata una mano di un colore che infonde serenità. Potrebbe essere una cautela, una volontà di preservare l’oggetto erotico o meglio il soggetto erotico, proteggerlo, giocare di astuzia per destabilizzare il fruitore.

Quel blu è un gioco sapiente dell’artista. Preserva la corporeità, l’eros, l’organo sessuale femminile, mette e stabilisce la distanza. Tuttavia, è un blu suadente che invita anche a entrare nell’opera. Il blu attrae lo sguardo e se da una parte cela, di certo dall’altra ci conduce dritti al cuore dello scandalo, una corporeità particolarmente esplicita. Che la plasticità degli elementi – la semantica, appunto – non tragga in inganno: la maniera di Le Duc cerca la perfezione nella ripetizione, vuole dimostrare quanto quella primigenia corporeità sia tempio, da rispettare e comprendere.

Artisti esposti

Pierre-Yves Le Duc
 

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