testo di Valentina Rippa
La mostra riunisce una selezione di venti fotografie realizzate tra il 2019 e il 2025, appartenenti a diversi cicli di lavoro – tra cui Piena di grazia e Crisalidi – insieme a un nucleo di opere inedite che dà il titolo all’esposizione.
Il percorso espositivo si sviluppa per accostamenti e risonanze, in una sequenza in cui le immagini tra di loro si richiamano, generando connessioni sottili e stratificate.
Alla base della ricerca di Ilaria Sagaria vi è un processo che nasce da un’urgenza interiore: il bisogno di dare espressione a stati emotivi e pensieri che, attraverso un tempo di sedimentazione e approfondimento teorico, si traducono in racconto visivo. In questo senso, ogni scatto diventa un autoritratto, anche quando il soggetto non coincide con l’artista stessa.
Ciascuna immagine è il frutto di una costruzione attenta – dall’ambientazione agli abiti, dagli oggetti alla scelta dei volti – a cui l’artista sottrae progressivamente gli elementi della messa in scena per lasciare affiorare una dimensione più essenziale. La formazione pittorica si riflette nell’uso della luce e del colore, così come nei rimandi alla storia dell’arte, che attraversano il lavoro senza mai tradursi in citazioni esplicite.
Come osserva Valentina Rippa, «i dettagli acquistano una centralità assoluta […], elementi minimi si caricano di valore simbolico e sembrano trattenere una memoria latente». È nel dettaglio – nel punctum – che l’immagine può “ferire”, attivando risonanze intime e non del tutto traducibili.
Il titolo Tutto ciò che tace, ripreso dall’omonima serie, si estende all’intera mostra come chiave di lettura del linguaggio estetico dell’artista. Il silenzio ne è la condizione percettiva: si manifesta in gesti sospesi e tracce che affiorano senza imporsi, aprendo uno spazio di relazione.
Nelle opere esposte, natura, paesaggio e figura umana si offrono come presenze vive, sospese tra dimensione onirica e memoria archetipica. Il femminile, in particolare, emerge come spazio di trasformazione, in equilibrio tra fragilità e consapevolezza, tra adolescenza e maturità.
Il lavoro di Ilaria Sagaria apre una soglia: non chiude il senso, lo sospende, lasciando allo sguardo il tempo di sostare, nel silenzio.
La mostra segna un nuovo capitolo nella collaborazione tra l’artista e la galleria, iniziata nel 2023 con la partecipazione alla residenza Una Residenza tutta per sé, promossa da Maja Arte Contemporanea in collaborazione con i collezionisti Umberto Morera e Anna Maria Balsano Morera, e proseguita con la doppia personale inaugurata nel dicembre dello stesso anno.
Selezione opere
Testo critico
Tutto ciò che tace
di Valentina Rippa
Ho immaginato di percorrere un lungo sentiero che conduce a un bosco, per immergermi in un luogo denso di silenzio e di presenze minute. È da questa disposizione all’ascolto che prende forma il mio incontro con il lavoro di Ilaria Sagaria dove affiora una bellezza discreta, sottratta al clamore del quotidiano. Il titolo Tutto ciò che tace, ripreso da una serie di lavori dell’artista, si ricollega in modo organico alla sua intera ricerca, in cui il silenzio si configura non solo come tematica ricorrente, ma come una vera e propria condizione percettiva.
La fotografia di Ilaria Sagaria si costruisce infatti nella sottrazione, nel rallentare, nel tacere, nell’aprire uno spazio in cui lo sguardo possa sostare. In questo senso, l’immagine non si limita a mostrare, ma attiva una visione più profonda, vicina a quella che, in ambito fenomenologico, potremmo definire come esperienza incarnata dello sguardo. Natura, mondo animale e paesaggi interiori emergono così come presenze vive, più che come semplici soggetti.
I dettagli acquistano una centralità assoluta. Un fiore selvatico, una farfalla, un pesce rosso, una lumaca: elementi minimi si caricano di valore simbolico e sembrano trattenere una memoria latente. Come suggerisce Roland Barthes, è nel dettaglio – nel punctum – che l’immagine può “ferire”, interrompendo la continuità della visione e attivando una risonanza intima, non del tutto traducibile. Il punctum non coincide con ciò che è immediatamente significativo: è ciò che eccede il senso, che si impone in modo laterale, quasi involontario, fino a diventare il punto di accesso emotivo per chi guarda.
Un’apnea rarefatta è lo sfondo in cui presente e passato si sovrappongono e si confondono. Il tempo, appare infatti sospeso e nostalgico. I paesaggi – nuvole in transito, superfici innevate, rami mossi dal vento – perdono la loro funzione descrittiva e si trasformano in luoghi mentali, attraversati da una qualità quasi archetipica. In questa dimensione, lo spazio non è più soltanto esterno, ma diviene geografia introspettiva, insieme scenario e proiezione.
La presenza del femminile attraversa l’intero lavoro in forme molteplici, assumendo talvolta una qualità mitologica. Non si tratta di citazioni esplicite, ma di figure metamorfiche che richiamano ninfe, creature liminali, presenze in trasformazione. Il femminile si configura così come luogo di passaggio in cui identità e forma restano aperte. In questo orizzonte si può intravedere una risonanza con il mito di Kore e Persefone, non come riferimento esplicito ma come simbologia sottesa. La duplicità tra luce e profondità, tra apparizione e reticenza, si riflette nei corpi e nei paesaggi, suggerendo una condizione di continua evoluzione. Così pure la dimensione sensuale resta inscritta in un immaginario allusivo che accenna senza mai scoprirsi del tutto, in equilibrio tra attrazione e distanza.
All’interno di questa dimensione si evidenzia una tensione tra adolescenza e maturità. Da un lato affiora una qualità acerba, fragile, ancora in divenire – fatta di gesti trattenuti, posture raccolte, corpi che sembrano abitare un tempo di attesa. Dall’altro emerge una consapevolezza più piena, espressa in una presenza silenziosa ma radicata. Anche qui le due polarità non si oppongono: convivono, si riflettono, restituendo un’immagine del femminile capace di accogliere stratificazioni e cambiamenti.
Nella ricerca di Ilaria Sagaria le immagini diventano una soglia: non chiudono mai il senso, si aprono alle emozioni, al subconscio di ciascuno, attraverso spunti onirici, freudiani, surreali. La natura, la mitologia e la femminilità si intrecciano come elementi di un unico racconto, fatto di simboli e richiami sottili dove “tutto ciò che tace” si rivela un invito al sentire, a un livello più profondo in cui il silenzio è prossimità, e lo sguardo ritrova una vicinanza più intima con il mondo esterno.